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I racconti dei protagonisti di
People come first

…E l’espressione “Coming out” proprio non la sopporto.

Qualche tempo fa ho scoperto che la bandiera della pace ha sette colori, mentre quella del movimento LGBT ne ha sei. Per me la bandiera arcobaleno è sempre stata simbolo di Pace, non di omosessualità. Lo era prima, quando provavo a fare l’etero e mi raccontavo l’ennesima bugia mentre mangiavo un babà, dopo aver detto a tutti di aver iniziato la dieta. Lo è ancora adesso, mentre il babà lo mangio con la mia compagna. Guardo questo foglio bianco e penso che la cosa più difficile sia riuscire a raccontare di me, essendo totalmente onesta con me stessa. Perché sono la persona che conosco meglio, eppure non mi capisco affatto, a volte.

Perché la libertà di aprirsi e piacersi non è data a tutti, ed io ci ho messo tanto tempo ad accettare che starsi sulle scatole, a volte, è normale.
Fino a quando non ho deciso di essere me, nel bene e nel male. Spedita verso i miei obiettivi piuttosto che accasciata nelle mie sconfitte, perché di vivere non potevo farne a meno.
C’era un tempo in cui credevo che solo raggiungendo una determina posizione sociale avrei avuto la piena libertà di essere ciò che sono, ma ho ben presto capito che non c’è decreto o legge che tenga. Non c’è carta di credito a schermarti se dietro il pregiudizio si cela innanzitutto il giudizio verso se stessi; quello che ti fa sentire in dovere di chiarire se a letto ci vai con un uomo o con una donna, o chi ti pare.
Come se la felicità degli altri dipendesse da me. Come se i miei sentimenti fossero opinabili, passibili di giudizio, marci. Come le uova che ho dimenticato di buttare nel frigo, dannazione!
Poi mi sono resa conto che, il mio problema, non era lo sguardo indiscreto della signora di turno
che mi lanciava un’occhiataccia mentre sorridevo ad un’altra donna. Ma quanto il mio sorriso fosse veritiero. E ho capito che non è l’omosessualità il mio limite, ma il non sentirsi mai abbastanza.
Al limite della “sindrome dell’impostore”, quella sensazione costante di essere scoperta e di
apparire come un grande bluff. E con la paura di perdere tutto, talvolta ho perso davvero.
Sono omosessuale. E già solo il fatto di doverlo scrivere mi annoia. Perché se un etero dovesse presentarsi non direbbe mai che lo è.
E nonostante, ormai, l’identità di genere e l’orientamento sessuale sia un ventaglio di realtà in continua evoluzione, dove è giusto che ognuno riesca a riconoscere se stesso, ci sono ancora dei contesti in cui penso che parlare liberamente davanti ad un caffè della mia compagna, sarebbe come dare l’argomento del giorno in pasto al rotocalco di provincia. Perché a volte in una grande città è più semplice, ma questa non è mai la regola. Altre volte è la periferia che ti protegge.
Sono omosessuale, non il tuo migliore amico di rimorchio. Non puoi parlarmi delle tue conquiste come fossi il tuo compagno latin lover. Questo mi fa sentire poco donna, lo odio.
Non dovresti parlarmi delle tue conquiste a prescindere, ma questa
è un’altra storia. E no, non sei automaticamente sostenitore della comunità LGBTQIA+ se “hai tanti amici gay”. Anzi, mi dispiace per te perché talvolta siamo proprio pessimi “noi altri”. Che poi, questa comunità, ormai sembra più un codice fiscale, ma anche questa è un’altra storia. Senza parlare del vizioso che rivede materializzati davanti i suoi porno o di chi si sente in diritto di esprimere il suo consenso su figli, famiglia e matrimonio. Perché penso che esprimere un’opinione è una cosa, ma l’idea che la mia privacy debba stare al centro di un dibattito, mi fa sentire nuda in una piazza, la notte di capodanno.

Ed è un bene che se ne parli. Che ci sia chi abbia voglia di lottare, che non si accontenti e che voglia davvero cambiare le cose. Ma il mio più grande coming out sarà urlare che sono stanca di parlarne. Stanca di dover mettere i puntini sulle i. Preferirei di gran lunga avere tante lineette tutte senza cappello, tutte che fanno quello che gli pare.

Poi vado oltre, e ripensandoci, credo che a pesare su questo mio modo di vedere le cose ci sia il mio poco coraggio nell’espormi e nel lottare per tutto ciò che oggi do per scontato ma che scontato, fino a qualche anno fa, non lo era.
Ringrazio tutti coloro i quali hanno lottato per me, proteggendo i miei diritti e schermandomi dalla mia vigliaccheria, ma non posso nascondere le mie paure, la mia chiusura verso determinati argomenti. Credo fortemente nella libertà di ciascun individuo, credo nella mia famiglia composta da me e la mia compagna ma, tra i miei dubbi, non so se potrò mai darle un figlio, per esempio. Oggi non sono pronta e forse non lo sarò mai. Ho paura di tutte quelle risposte che non sarei in grado di dare ad un bambino, mi chiedo se la società in cui vivo sarebbe disposta ad accoglierlo senza farlo sentire nudo, in una piazza, la notte di capodanno. E anche se razionalmente so che se non sei il primo ad accogliere il cambiamento questo non avverrà mai, non ci riesco e nascosta dietro chi ci mette la faccia, manipolo le mie verità.

E forse quella periferia che mi ha accolto è stata anche un po’ il limite che mi sono autoimposta e che continuo a portarmi in giro per il mondo. Il rimanere discreta per non dare fastidio, lo scacciare via il pensiero di aprirsi troppo, come si fa con una mosca fastidiosa.
Sono grata, ogni sera, della vita che mi sono costruita e che a tanti giovani, come me, è stata negata solo perché omosessuali.
Ma c’è una verità su cui non ho dubbi ed è quella che mi fa credere in un mondo in cui siamo tutti uguali per davvero, senza gay pride, senza leggi speciali o coming out a cui sottoporsi. Un mondo in cui non devo sentirmi in colpa se non ho un animo rivoluzionario e coraggioso, e dove rispetto e sensibilità sono i reali valori verso cui orientare il diritto privato del buon padre di famiglia.